LA STORIA DI TAHITI E LE SUE ISOLE: DAI PRIMI INSEDIAMENTI ALLA COLONIZZAZIONE

Origini e insediamento – Una civiltà nel cuore del Pacifico
Le isole polinesiane “scoperte” dai navigatori spagnoli erano già abitate dalle popolazioni discendenti dai marinai e dai pescatori che facevano parte di una società unica e organizzata, molto lontana dallo status di “selvaggi”. Quattromila anni fa, un’ondata di coloni provenienti dal Sud-Est asiatico travolse tutte le isole della Melanesia e della Micronesia. L’origine asiatica di queste popolazioni, che arrivarono in successive ondate di migrazione marittima, è testimoniata dai resti archeologici della ceramica della civiltà di Lapita. Tra il 1000 e il 1500 a.C., questi cosiddetti popoli “austronesiani” continuarono la loro migrazione più a est, in particolare verso la Nuova Caledonia e le isole della Polinesia Orientale (le attuali isole Fiji, Samoa e Tonga).

La nascita e l’ascesa dei “Polinesiani”
Per quasi 10 secoli, isolate in un ambiente insulare, queste popolazioni di origine austronesiana hanno sviluppato una propria identità polinesiana. Mentre proseguiva il movimento dei coloni verso Est per ragioni tuttora sconosciute, questi polinesiani si insediarono, tra il 700 e il 500 a.C., nelle isole della Polinesia Orientale (Isole Cook, Isole della Società, Isole Marchesi, Hawaii, ecc.).

Società polinesiana pre-europea – Diversità linguistica e unità
Sono poche le tracce visibili risalenti alle civiltà preesistenti alla “scoperta” europea. Le società polinesiane erano impostate con una struttura orale e, in quanto tali, non avevano familiarità con la scrittura alfabetica. La conoscenza fu quindi trasferita con il passaparola all’interno delle varie espressioni della tradizione (tecniche, costumi, leggende e genealogie). Senza dubbio, la lingua fu il veicolo originale della loro cultura e quindi la migliore testimonianza della sua unicità. Le lingue polinesiane discendono tutte dalla cosiddetta lingua “proto-orientale polinesiana”. Possono essere suddivise in due famiglie distinte: proto-tahitiana e proto-marchesiana. Il Reo ‘enata e l’’Enana, parlate nelle isole Marchesi, e il mangareviano o Reo Ma’areva, parlato nelle Isole Gambier, discendono dal proto-marchesiano.

Coesione sociale
Anche le varie espressioni della vita nella società (cibo, abitudini sessuali, lavoro, abbigliamento, matrimoni, funerali, ecc) erano oggetto di rituali. Questa necessità comunitaria, secondo la quale le vite di tutti sarebbero intrinsecamente legate l’una all’altra, si manifestava anche in una serie di divieti, tapu (tabù), che svolsero, ad esempio, un ruolo regolatore negli ecosistemi. Secondo questi, i periodi di restrizione alimentare per l’umanità ma di riproduzione per Madre Natura, chiamati rahui, potevano essere proclamati sia nelle zone lagunari che nelle zone terrestri, in caso di necessità, in certe stagioni e in periodi variabili, in vista di future cerimonie appariscenti che richiedevano l’abbondanza di cibo per gli dèi e gli uomini.

Religione
In quanto politeisti, i primi polinesiani non erano soltanto molto religiosi, ma governavano e codificavano tutto col sacro, dal ritmo delle loro attività umane ed economiche ai divieti degli dèi tramandati dai sacerdoti. La presenza delle divinità nel mondo degli uomini si manifestava attraverso oggetti sacri come il ti’iorto’o, di cui il più noto è oggi il ti’i / tiki in pietra, corallo o legno. Come depositi di mana, queste forze di energie cosmiche e cosmogoniche presumibilmente avevano il potere di influenzare gli elementi della natura. Gli dèi avevano l’aspetto di animali, come il dio ‘Oro a forma di uccello fregata o il dio Tāne a forma di squalo.

Adattamento all’ambiente
Questa civiltà neolitica aveva una vasta conoscenza del suo ambiente e mostrava grande ingegno nella padronanza della pietra e della madreperla per la creazione di strumenti e di una statuaria rituale, ma anche del legno e delle fibre vegetali, utilizzate per realizzare vestiti. In assenza di metallo e ceramica, i primi polinesiani svilupparono tecniche di lavorazione del vimini e di tessitura, che diedero loro l’opportunità di costruire utili, decorativi e ritualistici oggetti di prestigio. In sostanza i pescatori, i primi polinesiani, erano anche orticoltori esperti che impararono ad adattarsi alle isole dove si coltivavano le piante che avevano esportato in quei luoghi. Notevole anche la loro padronanza del mare, quello spazio sacro grazie al quale la loro migrazione fu possibile. Svilupparono tecniche di pesca, alcune delle quali adattate soprattutto alle lagune, che ora possono essere ammirate nella maggior parte delle isole abitate. Frutti di mare, conchiglie e alghe contribuirono alla loro nutrizione, senza esaurire le loro riserve naturali. Vivevano principalmente sulle coste, ma molti abitavano anche nella maggior parte delle valli nelle isole alte. Lì svilupparono tecniche più relative all’orticoltura che all’agricoltura, consentendo loro di adattarsi al terreno, che spesso era fertile e cosparso da un’abbondanza di vegetazione commestibile. Mentre le isole alte abitate erano appena dotate di tutte le piante alimentari, praticavano anche l’agricoltura a terrazze. Allo stesso modo, sulla base secca di corallo degli atolli, istituirono pozzi di coltivazione nei quali preparavano una sorta di compost naturale fatto di frammenti vegetali.

Arti avanzate
Collegate a una serie di miti e riti, ma anche ai materiali e agli strumenti disponibili, le arti dei primi polinesiani raggiunsero un valore estetico riconosciuto anche dagli artisti e scrittori europei. Una gran parte di questa espressione artistica si manifestava nella loro arte ornamentale e decorativa, associata a cerimonie o utilizzata come segno di distinzione sociale. Una componente di questa arte ornamentale, il tatuaggio (una parola derivata dal polinesiano “tatau”) fu ampiamente sviluppata nelle Isole Marchesi, raggiungendo un livello senza precedenti in tutto il Pacifico. La musica dei primi polinesiani è nota a noi attraverso i racconti dei viaggiatori del 18° secolo: percussioni o strumenti a fiato e performance cantate associate a numerose occasioni sociali e religiose. La rappresentazione collettiva assunse le forme di rappresentazioni teatrali, tragedie, drammatiche e burlesque, ma anche di danza. E infatti tali danze costituirono la base di quella che oggi è conosciuta come la danza tradizionale. Un’eloquente e varia espressione orale veniva anche utilizzata in particolare nel comunicare la conoscenza delle generazioni passate, grazie a un canto ritmico e a una natura mnemonica.

Contatti e colonizzazione – Primi contatti
Durante la prima circumnavigazione nella storia effettuata nel 1521, l’esploratore portoghese Magellano fu, senza dubbio, il primo europeo a intravedere un’isola polinesiana, probabilmente l’atollo Fakahina nell’Arcipelago delle Isole Tuamotu. Ma fu solo nel 1595 che avvenne il primo vero contatto tra europei e polinesiani. Partendo dal Cile, il navigatore spagnolo Alvaro Mendaña y Neira fece scalo a Fatuhiva e Tahuata, nelle Marchesi.

Esploratori e scienziati
Nel 1767, la nave dell’esploratore inglese Samuel Wallis sbarcò sulle coste dell’isola di Tahiti, che accolse così i suoi primi visitatori europei. Un anno dopo fu la volta del navigatore francese Bougainville. Il tahitiano Ahutoru successivamente aderì a questa spedizione diventando il primo polinesiano a scoprire l’Europa. Il capitano inglese James Cook, che guidò spedizioni di carattere scientifico, sbarcò a Tahiti in tre occasioni: nel 1769, nel 1773 e nel 1777.

Scontro culturale
Tra la fine del 18° secolo e l’inizio del 19°, la frequenza delle spedizioni commerciali di passaggio a Tahiti, nonché la presenza regolare di baleniere, poco a poco cominciò a modificare il comportamento e lo stile di vita delle popolazioni indigene. I visitatori introdussero nella società polinesiana non solo il ferro, ma anche le armi da fuoco e l’alcol.

Nascita di un mito
Con i primi arrivi nacque anche il mito del “paradiso terrestre”. Quest’ultimo pose le radici nei racconti dei navigatori spagnoli Quiros e Mendana, che generosamente descrissero la bellezza delle isole e di quelli che le abitavano. Ma fu soprattutto il navigatore francese Bougainville che, attraverso il racconto della sua sosta a Tahiti, contribuì fermamente a consolidare il mito del “paradiso” tahitiano nell’immaginario occidentale. Pervaso dalla figura del “buon selvaggio” sostenuta a suo tempo dal filosofo Jean-Jacques Rousseau, e anche fortemente segnato da ciò che percepiva essere l’accresciuta sensualità dei polinesiani, Bougainville non esitò a definire Tahiti come la “Nuova Citera” (dal nome dell’isola mediterranea Citera, che secondo la mitologia greca diede i natali alla dea dell’amore, Afrodite).

Lotte di potere fra grandi potenze
Dalla fine del 18° secolo al 19° secolo compreso, le Isole di Tahiti divennero un luogo di confronto tra le grandi potenze coloniali: Inghilterra e Francia e, in misura minore, Germania e Stati Uniti. In un periodo storico fortemente caratterizzato dall’espansione coloniale, questi ultimi desideravano espandere la loro area di influenza nel Pacifico, in particolare a Tahiti, che occupava una posizione chiave. Un’altra battaglia, questa volta di natura confessionale, vide opporsi cattolici e missionari protestanti. Dal 1797 in poi, sulla scia dei primi esploratori e mercanti, questi missionari sbarcarono a Tahiti per convertire i polinesiani.

Istituzione di una dinastia
A Tahiti, alla fine del 19° secolo, un periodo transitorio di unificazione sotto una vera dinastia, simile a quelle europee, quella dei Pomare (Pomare I e Pomare II) fu inizialmente favorita dagli allora esponenti di ambizione europea. Oltre ad aver stretto alleanze con i territori tribali delle Isole Sottovento Pomare II fu in grado di appoggiarsi molto abilmente a questi poteri esterni per crescere e sviluppare il proprio potere. Nel 1811 si convertì anche al cristianesimo.

Cristianesimo
La conversione del Re Pomare II nel 1812 aprì la strada alla conversione di massa dei polinesiani. Questo processo venne facilitato anche dal timore delle popolazioni locali di affrontare un declino demografico estremo. I missionari, sostenuti dalle potenze coloniali, rapidamente guadagnarono un’influenza notevole sulla società polinesiana, in particolare assumendo il controllo dell’educazione dei giovani con la creazione di scuole. Il loro ruolo risultò fondamentale nella salvaguardia della lingua, soprattutto attraverso le loro traduzioni della Bibbia nelle lingue polinesiane.

Acculturazione e multiculturalismo
L’arrivo degli europei innescò un fenomeno di acculturazione che indebolì gravemente le fondamenta della società tradizionale polinesiana. Le varie comunità insulari progressivamente abbandonarono i loro rispettivi territori, che erano più o meno rivali gli uni con gli altri, per essere assorbiti, attraverso alleanze e conversioni, nelle strutture statali. Come risultato di questa situazione politica, a Tahiti (e, in maniera meno evidente, anche nelle altre isole) seguì un’ondata di “meticci” o di razza mista da matrimoni misti, che sarebbero poi diventati numerosi. Nel corso della seconda metà del 19° secolo, questi ultimi divennero grandi proprietari terrieri e assunsero cariche amministrative nella piccola città di Papeete.

Declino demografico ed emigrazione
Dalla seconda metà del 20° secolo in poi, oltre agli emigranti europei e americani, una comunità cinese si stabilì nell’arcipelago, accelerando la costituzione di una società pluralistica e multirazziale.

La ricerca dell’esotico
La fine del 19° e l’inizio del 20° secolo furono segnati anche dall’arrivo e, in alcuni casi, dall’insediamento, di numerosi artisti stranieri in cerca di “paradiso”. Questo movimento caratterizzato dalla ricerca dell’esotico aveva guidato un ampio numero di creativi europei. La figura più significativa di questo movimento fu senza dubbio il pittore francese Paul Gauguin, che rimase a Tahiti per diversi anni, terminando la sua vita nelle Isole Marchesi nel 1903. Per quanto riguarda la letteratura, le opere di Paul Loti, Robert-Louis Stevenson, Jack London e Victor Segalen furono scritte qui. Tahiti divenne così una potente fonte di ispirazione. La bibliografia redatta da Padre O’Reilly nel 1967 contava più di 10.000 opere con riferimenti a Tahiti. A seguire i registi, prima con il film di F. Murnau Tabu, con le riprese effettuate a Bora Bora nel 1929, e con il primo adattamento de Gli ammutinati del Bounty (basato sul romanzo di JN Hall e R. Nordhoff), filmato a Tahiti nel 1935.

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